Accessibilità non significa terapia

Non possiamo non condividere con tutti voi le parole di Vincenzo Falabella presidente della Fish (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) che ricorda, soprattutto alla Ministra sulle disabilità e a tutti i politici che l’accessibilità non è terapia.

Negli ultimi anni assistiamo a una crescente tendenza a definire ogni attività rivolta alle persone con disabilità come “terapia”.

Sport, arte, natura, perfino una passeggiata in montagna diventano “terapia”, come se il solo fatto di partecipare implicasse un bisogno clinico, una condizione da “trattare”.

Ma dobbiamo fermarci a riflettere: non ogni persona con disabilità è malata, la condizione di disabilità non è di per sé una malattia, e non ogni esperienza che esce dalla routine è una terapia.

Fare sport, andare per boschi, salire su una vetta, ammirare un tramonto, tutto questo è vita, non terapia.

Le persone con disabilità, come chiunque altro, hanno il diritto di vivere queste esperienze per piacere, per bellezza, per libertà, non per essere “riabilitate”.

 Spostare continuamente il focus sulla presunta “funzione terapeutica” di queste esperienze rischia di ridurre la persona alla sua condizione clinica, e di deresponsabilizzare la società rispetto al vero obiettivo: l’accessibilità piena, l’inclusione reale, le pari opportunità!

Il problema serio è che, mentre si moltiplicano le attività “inclusive” etichettate come terapeutiche, molte persone con disabilità faticano ancora ad accedere a ciò che invece è davvero terapeutico: la fisioterapia, la logopedia, la terapia occupazionale, le cure specialistiche, spesso inaccessibili per tempi d’attesa, costi o carenze di personale.

Allora è importante fare chiarezza:

Lo svago un è diritto. La natura è di tutti. La montagna non è una terapia, è un luogo da vivere.

Rendere un sentiero accessibile, organizzare una gita, progettare una scalata inclusiva, non significa offrire una “cura”. Significa riconoscere un diritto fondamentale: vivere pienamente la propria vita, al pari di ogni altro cittadino.

Fermiamoci e smettiamo di chiamare “terapia” ciò che è libertà, piacere, avventura, scoperta.

È iniziamo a chiamare “diritto negato” ciò che è veramente urgente: l’accesso alle terapie sanitarie essenziali.

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